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Vignola, Giacomo Barozzi; Amati, Carlo [Editor]
Gli Ordini di architettura del Barozzi da Vignola — Milano, 1805

Page: 18
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VITA DI GIACOMO BAROZZI DA TIGNOLA.

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portato a Roma affine di porli sotto gli occhi di Giacomo Barozzi detto il Tignola, il miglio-
re ed il più illuminato Architetto de’ suoi tempi per farne la dovuta scelta . Pervenuto adun-
que il Barone in Italia, ebbe in Genova disegni di Galeazzo Alessi, in Milano dal Pellegrino
Tibaldi, in Venezia dal Palladio, ed in Firenze uno di quell1 Accademia dei disegno, ed uno
in particolare di forma ovale fatto da Vicenzo Danti d’ordine del Gran Duca Cosimo, la di
cui copia esso fece pervenire nelle mani dei sopra riferito Monarca delle Spagne , tanto gli
parve hello e grazioso. Altri disegni raccolse il Martirani in diverse città fino al numero di
ventidue. Tutti li suddetti disegni consegnò al Barozzi, pregandolo d’unirvi i proprj con-
cetti, mentre al suo prudente discernimento intieramente si affidava. Il valente Professore uon
ricusò il penoso incarico, e con la più diligente esattezza si accinse all’opera. Seppe con tal
maestria scegliere il più leggiadro e perfetto, che ricavar potesse da tanti faticosi disegni
prodotti da’più celebri periti Architetti dell’età sua, che con la solita propria eleganza, ag-
giungendovi altresì le naturali sue idee, ne fece un misto così leggiadro, che con siimi pro-
duzione era difficile a pareggiarsi, e quasi impossibile a meditarne una migliore. Prescelsero
il Ile, ed il Martirani di coraun consenso il disegno del Barozzi, e l’invitarono con molto
onorevoli condizioni a portarsi in lspagna per metterlo in esecuzione. Ma egli, che già carico
d’anni si sentiva molto stanco per le continue fatiche di così eiaboriosa professione, non volle
accettare le offerte, mentre allontanandosi dalla sua cara Roma, e dalla magnificentissima
fabbrica di S. Pietro, ove con tanto amore si affaticava, ed alla quale consecrati aveva tutti
i suoi pensieri, credeva che niun guiderdone fosse valevole a compensarne la perdita.
Giunto all’anno 1873, essendogli stato comandato dal Pontefice Gregorio XIII. di trasferirsi
alla città di Castello, a motivo di esaminare ocularmente alcune differenze di confini, che ver-
tevano tra il Gran Duca di Toscana e la S. Sede; sentendosi oltremodo indisposto, presentì
esser prossimo il termine de’ suoi giorni. Tosto obbediente si mostrò «agli ordini ingiuntigli, el
arrivato alla città di Castello , con ogni esattezza adempì la sua commissione; quindi grave-
mente s’infermò. Non durò lungo tempo tale sua malattia, ed appena che ebbe ristabilite lo
sue forze, con tutta sollecitudine se ne tornò a Roma portandosi dal Papa a rendergli conto
di suo incarico. Fu da 8. B. trattenuto più dTm’ ora passeggiando, affine d’informarsi di quanto
aveva operato , e per discorrer seco intorno a diverse fabbriche , che aveva in pensiero di far
eseguire, e che in appresso dal medesimo Pontefice furono perfezionate con somma lode del
glorioso suo nome. Finalmente licenziatosi per andarsene il giorno susseguente a Caprarola, fu
alla notte sorpreso da una gagliarda febbre; e siccome molto prima aveasi predetta la morte,
si pose subito con la maggior rassegnazione di spirito nelle inani del suo Creatore, premunen-
dosi divotaniente di tutti i SS. Sacramenti, e da questa se ne passò all’eterna vita il settimo
giorno del suo male, al li 7 Luglio dell’anno 1578 in età d’anni 66. Lasciò Giacomo un grande
desiderio di se e delle sue pregevoli virtù; e quantunque Giacinto suo figliuolo gli avesse or-
dinate modeste esequie e convenevoli al proprio grado, passarono queste i limiti della medio-
crità, mentre tutti gli Accademici di S. Luca vollero concorrere a gara per decorarne con la
più solenne [rompa i di lui funerali celebrati nella Chiesa della Rotonda , ove gli fu data
sepoltura; quasiché Iddio avesse determinato, che il più grande partigiano dell1 Architettura
antica fosse sepolto nella più eccellente fabbrica dell’Antichità. Lasciò Giacinto suo figliuolo
molto più erede onoratissimo del suo nome e delle paterne virtù, che delle proprie e ristretto
facoltà; non avendo mai voluto, nè saputo conservare la menoma parte del danaro, che in
gran copia in tutto il corso della sua vita eragli alle mani pervenuto: essendo solito dire, elio
avea sempre domandata a Dio la grazia, che non gli fosse nè sopravanzata, nè mancata cosa
alcuna al viver suo, ma di morire onoratamente e da buon cattolico come in fatti visse o
morì. Tutto il corso di sua vita fu un continuo travaglio, accompagnato da una inimitabile
pazienza , e da una generosità d'animo senza pari. La gagliarda sua complessione, la natu-
rale sua allegrezza, la sua sincera bontà gli attirarono l’affetto e la bonevolenza di tutti
quelli che lo conobbero. La liberalità, l’instancabile assiduità nel prestar servigi a tutti,
od a tutti esser giovevole, la propria avvenenza, la sincerità e la schiettezza d’animo gli ser-
virono di guida in tutte le sue operazioni. La verità poi, di cui egli faceva particolarissima
professione, annidò sempre nel suo cuore, e fece nobil comparsa nelle di lui labbra. Le du©
opere sì de’ cinque Ordini d’Architettura che di Prospettiva, da esso lasciate scritte alla poste-
rità , hanno eternato il suo nome, servendo di perpetui monumenti al suo profondo sapere, ed
alle non mai abbastanza lodevoli sue qualità,
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